Intervista a Generoso Petrillo
di Ugo Albano
Generoso Petrillo, campano di origine e sostanza, trapiantato in Maremma, studi universitari a Pisa, ora in Lombardia nel settore della tutela minorile, non è un girovago alla ricerca di se stesso, bensì un collega formatore itinerante, nonché autore di una pubblicazione sul codice deontologico. Con lui ho gestito diversi progetti e di lui conosco la grinta di chi sa quello che vuole. Generoso è tra l’altro fedele al suo nome, è solito costruire sinergie con tutti, è un tipico esempio di assistente sociale che sa fare rete nei fatti e non a chiacchiere. Ma lo chiediamo provocatoriamente a lui: chi è Generoso?
Generoso è un mix di emotività, cuore e spirito, Generoso è sana follia e gradevole spregiudicatezza. Generoso é contro-correntismo puro. Generoso detesta essere banale ed ama distinguersi nell’insolito, questo sia nella comunicazione che nelle azioni. Mi piace esplodere parlando col cuore, ma questo patrimonio di emotività ho imparato a tenerlo in serbo per le situazioni opportune: è importante a mio avviso, da professionista dell’aiuto e come persona, saper investire in una capacità di funzionamento versatile che sia in grado di sostenerci per affrontare qualsivoglia situazione. Meglio essere strategicamente evitanti e densi di razionalità, evitando di invischiasi subito con le emozioni. Questo è fondamentale per imparare a non condividere con tutti i nostri aspetti più intimi: non rendiamoci accessibili a tutti indistintamente, non condividiamo mai a prescindere con tutti la nostra profondità, non tutti la meritano!
Una risposta molto introspettiva, senza dubbio, che porta con sé l’amarezza della delusione, ma anche la passione di dare valore a chi se lo merita: tipica di noi maschi, mi vien da dire, tendenti al pragmatismo e alla razionalità. Come mai un tal maschio dal pensiero maschile ha deciso di intraprendere questa professione tipicamente femminile?
Come ho appena detto, amo distinguermi nella filosofia contro-correntista, in ogni cosa! Viviamo in un paese che tratta in maniera sacralmente maniacale l’uso degli aggettivi femminili come decorosi della dignità nella promozione della differenza di genere: avvocata, sindaca, assessora, ministra…. ritengo invece, che sia doveroso abbandonare questa prospettiva a sfondo superficiale e rifugiarsi nell’abbraccio dei significati veri, profondi, concreti, vivi delle cose per scoprire il valore intrinseco delle nostre abilità. Ho scelto di svolgere questa professione perché desideroso di confrontarmi con le storie di vita altrui, agganciarmi al mondo interiore delle persone, partecipare ai bisogni di chi ha meno, imparare ad ascoltare e migliorare la capacità riflessive, elementi decisamente fondamentali per qualsiasi operatore sociale. Ho scelto di fare l’assistente sociale perché non sono mai stato interessato a scegliere “la laurea che ti facesse guadagnare bene” , parafrasando in tal modo la medio-bassa cultura del Belpaese. Spirito contestatore nato, militante politico nella prima gioventù, attivo ed interessato ai processi decisionali della comunità cui appartengo, pronto a fare rete con le micro-collettività che mi circondano o che in passato ho creato ex novo, appassionato della cosa pubblica, difensore estremo dell’armonia complessa da donare alla salute di una qualsivoglia forma di comunità, legato all’amor di famiglia come base di una sana crescita per i bambini: cosa da sole femmine? No, credo si tratti di abilità tutt’altro che innate, ma che solo un percorso accademico ed una cura continua della propria formazione possano entrare a far parte del bagaglio del professionista assistente sociale. La cultura cambia e si evolve fortunatamente, dunque basta pensare alle ironiche ma disperate espressioni, quali “le signorine dell’assistenza”, “la collega assistente sociale” “l’assistente” o tutte quelle formule che rappresentino come esclusivamente femminile l’esercizio di una tal complessa professione. I numeri di rappresentanza di genere danno il dato statistico, non il contenuto di significato! Sa che da ragazzo desideravo diventare attore, a causa di una passione mai abbandonata per il teatro e la recitazione in generale? Attenzione eh, non si sa mai…. potrei aprire nuove frontiere sulla corretta e realistica rappresentazione cinematografica della professione!
In verità il nostro modo di essere e di sentire non è casuale: senso del dovere, amore per la famiglia, onestà, impegno sociale, sono tutti aspetti personalissimi che ereditiamo dai nostri genitori. Ciò lo capiamo solo ad una certa età, ancor più velocemente quando questi vengono a mancare o per tanti motivi restano distanti: è la mia esperienza recente. Quanto, ad oggi, Lei si sente simile a Suo padre o a Sua madre e quanto questa consapevolezza è importante nel voler diventare, a Sua volta, genitore?
Ho ereditato il mio funzionamento da entrambi i miei genitori, quest’ultimi, appartenenti a due sistemi radicalmente diversi ma profondamente equilibrati nella loro unione: senso di responsabilità familiare e cultura del lavoro dalla componente paterna, impegno sociale ed emotività dalla parte materna. A partire dalla purtroppo prematura dipartita di mio padre, il senso di responsabilità interiore da investire a favore di chi amo e di chi devo proteggere, è aumentato considerevolmente, ma con esso è incrementato anche il desiderio di lavorare ad una nuova scoperta del mio sé per riadattarlo al mondo. La vocazione genitoriale ha sempre fatto parte di me, da diversi anni oramai, e sono convinto di poter rappresentare la perfetta sintesi dei sistemi di funzionamento ereditati dai miei genitori, con un pizzico di quella sana follia e spensieratezza che appartiene al mio patrimonio personale e che ho esercitato nella mia formazione complessiva di vita. Come detto in precedenza, possiedo le dovute strategie di funzionamento per adattarmi alle situazioni: evitante e razionale quando serve, emotivo quando è il momento giusto di “esplodere”!
Noi uomini abbiamo tutto un nostro modo di amare, che è quello di “fare le cose”, “assicurare il benessere”, “sacrificarci per i figli”. Il gentil sesso ci accusa infatti di essere sì passionali, ma poco emozionali. Una brava amante-fidanzata-moglie è colei che ci aiuta a far questo passaggio non facile per nulla dal nostro punto di vista. Si tratta di superare una certa ritrosia a scoprirci sulle emozioni e di dare sfogo ai nostri sentimenti, ancor più se negativi e conditi da lacrime. E’ un pò come ritornar bambini e dimenticare la “faccia dura” tipica della lotta per la vita. Sbaglio?
Beh, stando al Suo ragionamento proposto, io costituisco un’eccezione: sono preda del romanticismo, idealista, dolce e gentile nei modi, vivo con il sorriso come stile di vita, sono per il confronto e la mediazione, mai per lo scontro. Da pochi anni a questa parte ho imparato a rafforzare il mio aspetto cognitivo, proprio per tentare di prevenire sofferenze e delusioni di qualsiasi sorta, ma non posso negare che il mio approccio naturale alle cose è di carattere emotivo, d’impatto sostanzioso. Non a caso, non ho mai avvertito il bisogno di ritornare bambino, proprio perché ho sempre custodito il mio fanciullino interiore, portandolo nei sentimenti, nelle relazioni tutte, nelle situazioni che mi hanno visto sia protagonista che spettatore.
Quindi c’è una sensibilità emozionale, bene. Ma questa non è certo innata, è con le esperienze che ci si abitua ad esternare le emozioni. Le arti servono a questo. O no?
A conferma del mio sì, credo nell’amore eterno, nel “due cuori una capanna”, nella poesia, nella musica come strumento per arrivare agli altri, dunque oltre la passione strumentale. Oltre a recitare, un’altra cara compagna di vita è il canto, veicolo privilegiato per toccare le corde dell’anima. Proprio come un pentagramma musicale, mi definisco un essere versatile e tenore di voce: da sempre, ho apprezzato il dono di possedere una voce possente che mi sostiene nel parlare, affrontare, ma anche scontrarmi con gli altri. La voce, anch’essa rappresenta veicolo decisivo per arrivare al prossimo e lasciare una lettura di me, con la consapevolezza che le parole hanno un peso e la chiarezza espressa, rimanda senz’altro un feedback del nostro ordine interiore, tale aspetto è per me sacro, sia nel gestire una relazione d’aiuto durante il singolo colloquio, oppure parlando in aula in sede di convegno e/o formazione, dimensione, come ben sai, ideale e idilliaca per il sottoscritto.
Il rischio che corriamo noi uomini “emozionalmente consapevoli” è quello della delusione. In Italia la cultura del maschio è ancora molto intrisa dalla cultura fascista, che vuole un maschio forte, obbediente, combattente. Il gentil sesso, infatti, nonostante la cultura femminista e di parità, poi opta sempre per il “maschio forte”, in termini economici e sociali prima di tutto. E’ come se “facessero finta” di essere alla pari, per poi essere le “principesse sul pisello”: l’estetica esagerata delle italiane ancora molto impersona questo mito. Sbaglio? O può essere un uomo anche bello e sensibile?
Sul tema delle pari opportunità si sfonda un portone con me: nel 2017, sono stato vicepresidente della commissione provinciale pari opportunità di Grosseto, istituzione che mai aveva avuto membri maschili al proprio interno e già questo sarebbe un fattore indicativo. Basti pensare a tutte le commissioni pari opportunità degli enti locali e la loro dittatura di genere. L’appartenenza di genere è a mio avviso rispondenza ad un sistema biologicamente atavico, un prodotto cromosomico che ci dice se siamo maschi o femmine (salvo orientamenti diversi ex post che non mi permetto di giudicare). Ciò che invece trova maggiormente risalto a mio avviso, dev’essere il patrimonio della nostra personalità, il modo in cui funzioniamo e modelliamo il comportamento nelle relazioni sociali, la maniera di raccontarci, la qualità dei nostri gesti. Parlerei di genere umano, di persone, e non di uomini o donne, femmine o maschi, femminucce o maschietti. Non esiste il profilo culturale del maschio alfa, forte e dominante, né quello della donna generale di casa o sensibile e dolce in via esclusiva. Lo ripeto fino allo sfinimento, esistono le persone e dunque esseri umani con un proprio sistema di funzionamento che utilizzano per stare al mondo. Nessuno scandalo dunque, nel pensare all’uomo tenero che si commuove, nell’uomo rude ma che allo stesso tempo sa curare il proprio sé. Certamente, oggi il lato appariscente del mondo femminile ha raggiunto, a mio modo di vedere, l’apice della futilità e del vuoto, anzi mi rammarica molto vedere quante donne, troppe tendenzialmente, nei vari scenari della vita vogliano emergere solo per l’apparire e non siano capaci di emozionare o emozionarsi, non comunicando decisamente nulla, ecco questo aspetto mi spaventa, perché le donne generano vita e per me sono degli esseri semi-divini!
Uomini e donne, seppur con pensieri e sentimenti, restiamo pur sempre animali, a mio avviso, spinti a volte a bassezze specie per la sopravvivenza. Per Aristotele l’uomo è un “animale sociale”, assolutamente incapace però di vivere isolato dagli altri: ci sono infatti necessità per cui l’uomo ha bisogno di associarsi con gli altri, quindi al di là della materialità (come la difesa personale, il procurarsi nutrimento e garantire la sicurezza comune). In tal senso l’uomo è un “animale politico”, secondo il filosofo greco, infatti la Polis dei suoi tempi prevedeva il bisogno del governo della cosa pubblica tramite la democrazia. Anche oggi in Italia: siamo animali politici o solo animali asserviti ai politici?
Decisamente interessante questo ragionamento! Scomponendo in chiave moderna e sistemica il concetto aristotelico, possiamo affermare che da parte dell’essere umano vi sia un bisogno atavico di relazioni, di contatto fisico e visivo, di emozioni. Questo periodo, contrassegnato inevitabilmente e storicamente dal covid 19, ha minato tale base sicura su cui si fonda la nostra esistenza, per cui è risultato estremamente arduo agire da animali sociali e portare nell’ “agorà” i nostri sentimenti, le nostre azioni per il bene comune, immobilizzati più che mai dalla, ahinoi, componente servilistica della fu nazione Italia: rispondendo alla parte finale della domanda, devo purtroppo asserire che, da ex militante politico che ha imparato ad estendere il proprio occhio critico verso qualsivoglia schieramento, le identità e le ideologie provenienti dal cuore, sono ormai sparite da almeno un decennio e la politica è diventata, da arte sacra come eravamo abituati a conoscerla grazie a Platone, un alveare di disonesti e opportunisti, un ricettacolo di lecchini sguazzanti nell’ipocrisia, incapaci di lavorare e che gareggiano a chi indossa il tailleur più attraente o la giacca con cravatta più elegante. Ciò avviene già a livello locale, poi all’improvviso, ritrovi uno di questi elementi in parlamento, a rappresentare la Nazione e ricoprire l’onere decisionale delle leggi. Chi mi conosce, sa del mio impegno politico per il territorio locale, della passione per il cambiamento che passa dalla dialettica e abbatte muri burocratici o consuetudini/prassi amministrative, a fronte di bisogni reali da tutelare in maniera prioritaria. Ho sempre e solo fatto militanza pura senza mai ricoprire cariche politiche. Pur conscio della mia identità politica e relativi personaggi cui sono legato, oggi più che mai darei risalto al progetto per la comunità in questione e sceglierei lo stesso, aderendo ad uno schieramento di stampo civico, senza mai e poi mai accettare il tesseramento partitico, strumento che ti condiziona persino la vita privata e causa conseguenze tutt’altro che indifferenti, specialmente in questo mondo di steccati ideologici e appartenenze strumentalizzanti del pensiero.
Parole, le Sue, che fanno traspirare sofferenza e delusione, probabilmente perché le idealità si sono scontrate contro la “macchina del potere”. Infatti il passaggio dell’ultimo decennio, come ben sottolineava Lei, mettono bene in evidenza l’avanzamento della politica d’interesse rispetto alla politica idealistica. Nell’agorà, insomma, si muovono gli squali e noi pesci piccoli abbiamo poca speranza. E’ come se gli squali, che una volta erano bianchi, avessero cambiato colore: gialli, rossi, verdi, neri, pure arcobaleno (che ora va di moda). Ma esistono ancora la destra e la sinistra in Italia? Eppure tutti ne parlano, lo stesso Parlamento si rifà a questo schema.
Esiste l’egoismo, il marketing, l’apparenza, la futilità! Sono questi i nuovi partiti. Esiste la destra democristiana invischiata con alcune forme di potere da riconquistare e che fa alleanze con quelli che un tempo erano acerrimi rivali, la sinistra delle banche da una parte, e quella cattocomunista dall’altra che governa molti canali delle Pubbliche Amministrazioni. Rimpiango per molti versi la storia politica degli anni 70 e 80, ere in cui si portavano in piazza le idee, dove esisteva una formazione politica seria delle giovani leve, dove si faceva cultura ed il dibattito era vivace sotto tutti i fronti. Oggi esistono le manovre di palazzo, i cambi di casacca, ma soprattutto gli inganni che ben si sposano con questa odierna società liberista e scelleratamente capitalista che è concentrata solo sui processi di monetizzazione dei pochi a danno del popolo. Eppure basterebbe cominciare con il normare in maniera chiara e univoca l’esistenza dell’obbligo di mandato: io cittadino voto te consigliere o parlamentare e tu fai l’intera legislatura con il movimento che ti ha conferito l’opportunità di intercettare i tuoi voti, conquistando il relativo seggio, non passando ad un altro schieramento per convenienza pur di mantenere il tuo privilegio! Questo, sarebbe solo uno di mille esempi che di certo non posso elencare in questa sede, ma rappresenterebbe un passo essenziale in termini di cambiamento. Ciò detto, esistono senz’altro uomini politici onesti, ma quei pochi che emergono per meriti e competenze, o sono fatti fuori nel senso letterale del termine, oppure vengono deputati a ruoli marginali, in modo tale che non possano contrastare nessuno.
Come si pongono gli assistenti sociali in questo gioco? Premesso che non siamo rappresentati – la maggioranza degli eletti è medico, avvocato o giornalista – la lobby della nostra professione sembra non incidere per nulla. Anzi, io ho l’impressione che si dia per scontata un’appartenenza a sinistra quando di fatti non è così. Paradossalmente la professione è silente quando governa la destra e collusa quando governa la sinistra. A mio modo di vedere questo è un grave errore politico: anche la destra ha un concetto di stato sociale. Che ne pensa? Sbaglio?
Comincio col dire subito che se esiste un aspetto che detesto, è sentir parlare ancora oggi di fascismo e comunismo, di partigiani e resistenza….basta! Sono concetti appartenenti ad epoche storiche remote e che ci hanno lasciato un’eredità ben conosciuta. Giusto insegnare ciò nelle scuole, per carità, ma credo sia necessario non spingersi ulteriormente con celebrazioni oltremodo, specialmente se vengono investiti soldi pubblici. Oggi conta il qui ed ora, conta l’esserci per l’altro, conta dare risposte, organizzare la vita pubblica di un Paese, conta essere un’unica cordata umana che affronta le proprie battaglie sociali: diritto alla casa, promozione del lavoro, prevenzione delle povertà e così via. Direi che quando governa la destra, la nostra comunità professionale, sia fin troppo fastidiosamente rumorosa perché inglobata in slogan inutilmente sterili e manifestazioni conformiste, mentre quando governa la sinistra, si passa dall’idolatria alla protesta civile accesa. Pochissime, davvero pochissime, le realtà rappresentative per noi assistenti sociali (che di lobby a mio avviso non ne hanno) tra consigli comunali e parlamento, per non parlare della voglia d’impegnarsi nella rappresentanza collegiale dei vari ordini regionali. Ciò che avverto come irritante è la tendenza a tracciare un indiscutibile identikit dell’assistente sociale, il quale pare debba obbligatoriamente conformarsi alla sinistra se vuole scegliere uno schieramento e rappresentare valori umani…mai una siffatta miopia di pensiero, fu concepita! Proprio la sinistra, nelle sue storiche riforme nazionali d’inquadramento contrattuale e di accesso alle carriere, ha sempre escluso noi assistenti sociali da qualsivoglia panorama (vedasi insegnamento e dirigenza)…eppure c’è chi ancora oggi rivendica l’istituzione della vecchia laurea magistrale LM57…! Prendiamo anche ad esempio la Regione Toscana, territorio in cui ho vissuto e che ben conosco, terra rossa da 50 anni e oltre: ebbene, l’impianto normativo e regolamentare di questo Ente, non prevede quasi per nulla la presenza operativa dell’assistente sociale nel mercato del lavoro, escludendolo da potenziali canali occupazionali, quali le strutture residenziali o semiresidenziali di qualsiasi sorta, lasciando la sua possibilità d’impiego nel settore pubblico (andrei avanti sulle perplessità che nutro verso quella regione nella gestione delle politiche sociali, ma mi fermo qui!). Venendo alla risposta alla Sua domanda: certo che anche la destra concepisce uno stato sociale basato sui diritti, il problema è che essendosi invischiata dal 1994 con il berlusconismo e col democristianesimo più becero possibile, ha svolto un operato rappresentativo ben al di sotto della aspettative. Proviamo a pensare a cosa sarebbe accaduto se, la destra conservatrice e moderna di Alleanza Nazionale del pedagogista Fini al 14% dei consensi nazionali (grandissima delusione per chiunque, anche non esponenti di destra), avesse realizzato un ingresso europeo diverso da quello voluto da Prodi, proteggendo il motto che recitava “Europa Nazione Rivoluzione”? Forse chissà, avremmo ottenuto un’Italia più forte e decisa ai tavoli di Bruxelles, un’Italia che avrebbe portato avanti la linea dell’Europa dei popoli. Dal 2011 dunque, il bilancio attuale dei governi tecnici e della peggior sinistra possibile guidata dallo spaventoso team Renzi-Letta, per poi passare all’avvocato del popolo in due differenti versioni, ha smantellato lo stato sociale senza alcun precedente: ha liquidato con una finanziaria misera le politiche per il dopo di noi, ha varato una legge sull’autismo a costo zero, ha salvato le banche e non la sua gente, ha trascurato i suoi imprenditori che si suicidano, ha precarizzato il lavoro e minato la serenità delle persone. Uno stato sociale vero, ha bisogno di frammenti di liberismo e di socialismo, di capitale e di spartizione equa della ricchezza, nella consapevolezza che esistono meriti da valorizzare e che tolti determinati svantaggi iniziali che in partenza possono renderci vulnerabili e dunque destinatari di interventi di protezione prioritari, per il resto non è concepibile applicare il criterio di uguaglianza universale tout court nelle persone, altrimenti l’equilibrio sociale diventa anarchia estrema! Per concludere, rispondiamo con azione, con impegno ed entusiasmo al nostro impegno professionale, che può sublimarsi senza dubbio in una missione civica e politica: chi meglio di noi assistenti sociali infatti, può essere scienziato del bisogno e dunque comprendere di cosa necessiti la comunità per essere migliorata o sanata?
Ma facciamolo con onestà intellettuale, senza giochi di equivalenze stupide che appartengono ad una cultura priva di valenza di alcun tipo. Si può essere assistenti sociali schierati a destra o a sinistra, ma rimaniamo persone, operatori, conoscitori e fautori della cosa pubblica a prescindere da tutto!
Per finire, riuscirà il dottor Petrillo a trovare pace – interiore e sociale – nella Sua vita? Pensa di restare in Lombardia? Che progetti di vita ha? E, per finire, cosa auspicherebbe per la Sua vita, professionale e sociale?
La pace interiore non è un punto d’arrivo: nella vita odierna esisteranno sempre imprevisti che indurranno ognuno di noi a modificare i piani di qualsiasi sorta, covid docet. Sta a noi equipaggiarci con i dovuti strumenti preventivi o di contrasto all’occorrenza, per dominare i cambiamenti che dirottano i nostri desideri verso altre strade. Trasformare i problemi in possibili soluzioni alternative, questo è diventato il motivo guida della mia vita. Ho sempre avuto le idee chiare e sono stato abituato a programmare il mio cammino: spesso ho realizzato i miei obiettivi, mentre altre volte, com’è normale che fosse, gli stessi sono andati in fumo a causa di valutazioni errate, ma sono sempre rimasto in piedi, anche di fronte ad eventi estremamente critici. Credo proprio sia questo lo spirito giusto nel relazionarsi con la vita! Sulla stabilità territoriale, ebbene si…dopo Lucca, Roma, Trieste, il ritorno a Grosseto, da due anni risiedo e lavoro in Lombardia, una regione che non ha eguali in Italia per filosofia d’impresa, produzione di ricchezza e possibilità di crescita professionale! Milano è la vera capitale d’Italia. In questo territorio davvero cresci sotto qualsiasi punto di vista, esistono dinamiche di mercato occupazionali plurime per noi assistenti sociali, dal terzo settore alle aziende speciali, oltre al settore pubblico. Come dicevo prima, esiste una mentalità d’impresa sviluppatissima, anche nel sociale, vi sono molteplici studi di colleghi che svolgono la libera professione senza essere additati come alieni, come accade nelle altre zone d’Italia, depresse e improduttive. Chi mi conosce sa quante battaglie ho fatto a favore della libera professione e dell’opportunità di conoscerla, senza improvvisarsi! Attualmente il carico di lavoro notevole conferitomi non mi ha concesso la possibilità di poter continuare a svolgere la libera professione, ma è certamente un appuntamento rimandato che riprenderò senz’altro! Per ciò che concerne la realizzazione professionale ho iniziato a sognare di occuparmi di formazione oltre ad essere relatore ai convegni, e devo dire che per ora ci sono riuscito abbastanza bene. L’amore per la scrittura inoltre, mi ha guidato a produrre qualcosa di importante che rimanesse alla comunità, e ho pubblicato un libro sulla deontologia e un articolo sulla libera professione. Sarà pronto a breve tra l’altro, un articolo scritto a più mani con i miei colleghi di lavoro, relativo all’affido familiare ai tempi del covid 19. Ovviamente non finisce qui: voglio scrivere e voglio concentrarmi su progetti editoriali sempre più ambiziosi! Ma esistono altri sogni che voglio realizzare: diventare Giudice Onorario presso il Tribunale per i Minorenni, insegnare all’Università ambire a cariche elettive a favore della comunità. Sono molto umile, per cui basterebbe che portassi a termine anche solo uno di questi progetti tutt’altro che indifferenti. Sul fronte personale invece, rivendico quanto detto su, ossia due cuori e una capanna: sto lavorando per questo, ma non mi espongo!
Grazie per la disponibilità ed auguri per il futuro!
Giugno 2022